Basilique de Saint Denis

Entro senza esitare e la bellezza mi giunge come uno schianto. Rimango immobile per qualche istante. Non riesco a fare la turista, a cercare con brama insaziabile i dettagli delle vetrate, non separo con gli occhi una statua dall’altra. Non ci sono mai riuscita a fare la turista, ma adesso mi sembra che questa mia incapacità raggiunga il culmine. Allora mi siedo sull’ultima sedia. L’ultima sedia: quella che preferisco. Faccio sempre fatica ad avanzare ma lei, la sedia in fondo, quella più vicina all’ingresso, è il rifugio del mio coraggio, il coraggio della mia sosta.
Ormai potrei saperlo, questa sedia potrebbe essere una certezza e, invece, ogni volta scopro di sedermi qui. Come se la mia condizione – questa soglia seghettata che sembra il mio unico domicilio – non mi permettesse di scegliere la penultima o la terzultima fila di sedie.
È già il compimento di una grande audacia essere qui. Un tempo rimanevo sull’ingresso senza riuscire a varcarlo. Un tempo mi sedevo sui gradini all’esterno senza nemmeno avvicinarmi all’ingresso. Mi sento un po’ inadeguata, un po’ come se fosse troppo esserci. Non faccio parte né di quelli che stanno dentro questo luogo, né di quelli che stanno fuori: questa è la mia ferita. E forse invidio la ritualità sicura che vedo in altri, la naturalezza del gesto, l’abitudinarietà – sterile – del gesto, la finzione che sembra naturale. Forse tutto questo mi spaventa.
Ma adesso spavento e invidia sono penetrati in un grande silenzio. Attendo un saluto, che parta da queste mani, ancora non viene. Eppure adesso avrebbe un senso… Le letture che ho fatto negli ultimi tempi mi hanno incoraggiato, mi hanno infervorato. Un giorno ho detto: “Sì” sebbene non avessi ricevuto alcuna domanda udibile.
Ma dopo l’erosione… per anni ho eroso la roccia, lentamente, ho cancellato ogni traccia… o forse no, ho soltanto occultato le prove di ciò che mi sembrava un misfatto, ho sostituito i nomi con altri nomi, volevo amare in incognito incognite parole. A undici anni ho iniziato a colpire la roccia – perché questa roccia non l’avevo scelta io, perché nel gestare non sentivo alcuna sorpresa ma soltanto una sterile abitudine. A sedici anni, nemmeno nell’imprecazione, venivano fuori certi nomi, nomi che tuttora non riesco a pronunciare. Tranne uno, quello più importante: l’albero che accoglie lo sfrondarsi di ogni sguardo, l’esilio del frutto che cadendo si avvicina alla radice, la maturità che è sempre grinza, squarcio, marcio. Perché la Bellezza è a doppia lama: separa e unisce…
Ma, dopo l’erosione, da me non parte proprio nulla che assomigli all’abitudine di un tempo. Qualche giorno fa, è stata una grande gioia dire “sì” ma ogni giorno mi sembra di dover iniziare daccapo, come se quel sì non si fosse pronunciato, come se le mie labbra fossero rimaste uguali. Eppure mi sembrano un po’ distorte, mi sembra che la faccia non mi aderisca completamente. E il posto dove siedo è scomodo, ancora più scomodo. L’aderenza, si sa, è una scomodità.
Il gesto… Guardo davanti a me. Lui mi riguarda, fisso e sfigurato. Nemmeno mentre erodevo la roccia ho smesso di salutare quello che chiamavo incrocio. Mi piaceva questa parola: l’incrocio non appartiene né ad una strada né all’altra, appartiene ad entrambe le strade, ma come se da entrambe fosse esiliato… non riesco a spiegare bene… forse l’appartenenza è un esilio, ed è per questo che io non riesco a spiegare.
Ma da questa incapacità, che a volte diventa rifiuto, a volte accondiscendenza, ho sempre salutato, silenziosamente, solo con lo sguardo, l’Incrocio. Quanto è stato stupido il mio percorso! Tutto ciò che ho cercato di dismettere, rompere, sfogliare, è riemerso dall’oblio, ha trovato altri nomi per essere accettato dalla coscienza. E più era squarcio, ferita, più era ramo spoglio, oblio, più era forte. Adesso è fortissimo, come il tremore della parola “sì.” Perché dire “sì” è tremare, è accettare la scomodità viva tra questo e quello, tra una cosa e l’altra. Mi sembra di vedere una immensa cesura che abbraccia, mi sembra che l’abbraccio sia un eremita. Il gesto è pure gestante, è un romitorio ed è una frontiera; la frontiera è un solco fertile, e proprio nella frattura vi è la giuntura. Nel Nome…
Ho forzato il gesto, adesso mi guardo attorno. Non c’è nessuno e a nessuno voglio confidare questo sforzo, questo imbarazzo. Esco, poi entro di nuovo. Voglio guardare le vetrate e il grande rosone. E così, camminando e mirando, continuo a confidare quell’imbarazzo al colore, alla luce. Quel saluto che ho fatto pocanzi come se fosse la prima volta, con una certa paura di sbagliare, con l’imbarazzo dei dilettanti… l’ho fatto una volta sola, rapidamente, furtivamente, come un pesce che si sporge dall’acqua e subito vi rientra e non sa se riuscirà a sporgersi un’altra volta. Come una ladra. Come se sporgersi fosse rubare. Come se la fede fosse anche un furto e un disagio. Soprattutto un disagio.

(Diario, 10/07/2015)

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