Diario di bordi

… poi non c’è più la sofferenza e non c’è nemmeno l’estasi. Allora inizia la messa in scena. Ma dove sono andate? Sofferenza? Estasi? È certo che non possono uscire da qui. Sono qui ma non rispondono. Sono il campo, sono la scena dove si compie l’azione. Ecco, si sono messe da parte. Ecco, sono dappertutto, mi circondano come vuoti. Un attimo fa erano per il vuoto. Soffrire era un modo per reggere il silenzio. Ora soffrire è già silenzio e soltanto il gesto può reggere tutto questo, presentarsi all’assenza da cui proviene per non rappresentare, per non occupare ma ancora svuotare. Qui, tra le vicende, qui dentro, come il cuore non può uscire dalla pelle e non può farne a meno. Ma nella pelle si può aprire uno squarcio, nella scena si può indossare una maschera in più per smascherare l’abisso, l’osceno. Ma… non si fa nulla per il cuore, nulla si può fare. È la pelle l’unica grande attrice. È lo strazio che non ferisce che si compie qui, con un coltello d’assenza. Ed è tutto molto più semplice di queste parole, è un gioco di specchi: si contrappone questo a quello, una mano dice buongiorno e l’altra dice arrivederci, addio ti trovo, vieni avanti non muovere un passo. Si entra in scena senza chiedere il permesso e con i passi si genera, non si crea, lo spazio perimetrato dove avanzare ritirandosi, avanzare come fosse un ritiro.
L’attore attende. Dentro l’azione c’è l’attesa, dentro la pelle c’è il cuore. E quale permesso, ditemi, quale permesso può chiedere il campo al fiore? Il campo può chiedere: “Posso sbocciare?” Può chiederlo al fiore? Oppure può soltanto attendere, con un’attesa che non è inerte, che è fertile, attendere il fiore, predisporsi senza pre, disporsi al fiore, non aspettare il suo permesso? Altrimenti non c’è campo e non c’è fiore. E questo è impossibile. Perché c’è il vuoto, perché il vuoto è già qui a sfiorare, a mettere petalo su petalo per togliere petalo dopo petalo. Dopo il grido di chi è abbandonato, dopo, dopo, non prima di questa quinta, non dietro il grembo, ma dopo, dopo… qui. Petalo su petalo, petalo dopo petalo. Senza pretesa di essere campo, perché sono fiore: campo del campo, generato del generato. Lascio che entri l’osceno in carne ed ossa, l’osceno che non ha chiesto nulla alla carne e alle ossa. Non ho riverenze per ciò che dimentico, dimentico… Ed entra ad ogni oblio, ad ogni grido. Lascio che sorpassi la dogana senza esibire documenti e identità. Viene il campo attraverso il fiore. Viene la svestizione attraverso la maschera.

(13/06/2015)


Posso dire che sto imparando e mentre lo dico sento la precisione del fuoco. Il fuoco è un taglio ed è un taglio l’acqua quando raggiunge la riva, lo scoglio. Di me è la precisione levigata della pietra e l’acqua che gonfia prima della resa. Di me è questo che resta, questo non restare è la mia fermezza. Ricordo e dimentico tante cose che mi hanno insegnato, che ho imparato senza mai raggiungere diplomi, senza aver concluso, senza aver finito di imparare. E sono sempre in scena davanti al pubblico delle mie mani, delle mie azioni, davanti all’applauso silente dei miei gesti. Sono in scena e la scena è un pubblico. E davvero mi resta poco, resta poco al mio teatro. Se tolgo l’applauso silente non so più decifrare il poco che resta. Ma forse non resta. Questo non restare pian piano diventa me, gonfiando mi diventa: l’acqua e la pietra. Insieme – e sembrerà strano – l’acqua e la pietra sono il fuoco di cui ora avverto la precisione. Allora posso dire che sto imparando, proprio perché è preciso il fuoco, perché aderendo alle mani, alla scena, al pubblico, non sento punti di distacco e sono come taglio accanto al taglio, fiamma accanto alla fiamma, nel fuoco preciso di un’immagine, nel punto: giuntura delle direzioni ed esilio.

(06/06/2015)


Il pubblico di un attore è anche la sua azione, il suo vento, la sua parola, il silenzio. Il pubblico è anche il parquet di questa stanza. Il pubblico è la scena.

Ricordo con affetto i sipari, che non ci sono, che non ci sono mai stati, le cesure, la sensazione forte del taglio, che precedeva di molto quelle tende che si aprivano e chiudevano al suono degli applausi. Ricordo di non averla mai vista eppure l’ho toccata, ho affondato entrambe le mani nell’asola imprecisa che io ricordo. Non il vuoto di una cucitura, non una pausa pensata nella stoffa. Assomigliava più ad uno strappo e mi sembrava di averlo negli occhi. Eppure ci affondavo le mani. E pure a volte con una certa grazia, concreta come il pane, dura e ruvida come la crosta.
Ricordo che tutto questo veniva molto prima del sipario, quel sipario che non c’era, si apriva e si chiudeva e non c’era. E non c’erano nemmeno le quinte. Ma la scena sì, il pubblico sì – ricordo ricordo – il parquet di questa stanza, la parola, il silenzio, i luoghi vivi delle mie dimenticanze. Perché in scena ho sempre dimenticato, ricordo che dimenticavo il pubblico per averlo vicino, sulla pelle come un vuoto, un vuoto concreto come di grazia.

(03/06/2015)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...