Se mi apri il petto
vedi il margine
che ho conservato,

che più volte ho dimenticato
e poi recuperato,
che ho trovato sempre diverso,
eppure aveva lo stesso nome.

Se lo chiami con voce
ti risponde
ma è fievole la sua esistenza
e non appare,

quasi non si sentono
i suoi rumori, le sue frasi:
i fonemi del nulla.

Racconta
tutte le volte che l’ho disabitato,
ho varcato la sua porta
lasciandolo nudo
e poi l’ho ritrovato.

Racconta,
simile al fischio
che corre tra le foglie,
vento.

E corre il rischio
di non essere mai preso,
mai visto,
come un attore avvolto
da infinite maschere che cadono
e non smettono di cadere,
un autunno estremo, ritornante,
quasi eterno.

Racconta,
ma la trama è disordine.
È un varco che abito più volte,
ancora nuovo,
ancora antico
nome.

Se mi apri il petto
lo vedi,
fossile o maceria,

o icona,
o incerta figura
dai contorni di fumo,
fuoco d’indefinibile

il margine è la mia casa.

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Un pensiero su “

  1. Mi sorprende l’assonanza con la quarta linea dell’Ottenebramento della Luce del Libro dei Mutamenti:
    Sei al quarto (posto):
    Penetrando nella (cavità) sinistra del tronco si cattura la Luce Nascosta del cuore e la si fa uscire dal cancello e dal cortile (invero si cattura il proposito o l’intenzione del cuore).

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