Mi rassegno
senza cessare di tener vivo
il fuoco che m’inalbera,
senza darmi pace;
mi do misericordia, che è ben altro,
mi carico come un vecchio orologio
per raggiungere l’ora,
mi percepisco come viscera:
inconsumabile,
immisurabile,
e ancora mi ras-segno,
rassegnazione è questo fuoco
che non quieta
e non c’è tempo
ma un lampo che non dura
nel cielo furtivo di un temporale.

E provo misericordia
per coloro che vivono di misere
dicotomie e speculazioni.
E mi ripeto di vivere nello speculo,
in bilico tra un corpo e la sua immagine,
tra questa cosa: me  –
ne vedo solo un frammento
e non vedo il vedere –
e il corpo-luce che mi completa.

Già non sono,
o non sono mai stata,
intera,
sono l’asse radente
di simmetria,
giaccio qui, eterna mediana
del mondo,
scarto della visione,
perno di rotazione terrestre,
pietra angolare,
inizio di costruzioni e grattacieli,
cantiere d’alterità.

Da me c’è solo altro, altro,
perché altro non vedo. Vedo che tanti
vivono dentro una dicotomia
e pochi… noi
viviamo nel dire atomico,
nel dire concreto
verbo fatto di atomi, soffio

Pesante evanescenza è ciò che siamo,
eterea la forza che ci ancora a terra,
a vita la certezza di una magna,
materna incomprensibilità,
piena di grazia come Maria,
cosmica incontinenza

e facile combustione di questa mia

missiva.

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