Raccolgo echi, parole non mie
e le dirado come vento, soffio
fino all’origine che non si trova
o un qualsiasi punto sulla mappa –
ogni punto è origine di questa
tessitura-mondo che non si chiama.

Mondo che non ha nome, ma tanti
nomi nominano invano. Tanti.

Eppure ogni parola è sola – e vasta,
e devastata. Ettari di silenzio
la cingono, suoi arti periferici,
eterne gole che articolano e
declinano ciò che io a notte
raccolgo: esule, disorientata,
amnesica eco senza casa.

Eco espatriata dal verbo, che un vento
senza rosa, senza bussola
declama e poi dissolve, solleva
e poi silenzia, ne fa muto assolo,
deserto, disertato ventre.

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