Madre,
disangolata figura
d’acqua
laddove il fuoco
s’inerpica
e si perde.
Materna per ogni naufragio,
grembo di luce
che nella tua sapiente forma
di deforme bocca
si spezza
come pane.
Spaventosa fluidità
e lontanissimo fondo,
grembo messo a fuoco,
vergine ad ogni solco,
scomposta come mare e voce
spiegata
di piccola grazia
con la tua pelle diafana.
Madre,
la tua trasparenza
è per chi ti raccoglie.
Per chi ti lascia
al disordine e al boato
sei nera come morte,
sei l’indefesso orizzonte
che non si piega,
la fuga tra vesti rotte,
la disfatta sul fondale.

II

Ave vergine di potere.
L’onnipotente, la fervida
mano
come barca carezza
il tuo rimbombo
– il tuono è l’immagine
della tua impotenza –
Sei campana per il verbo,
rintocco,
gravida promessa,
culla d’incendio,
giaciglio d’assenza.
Madre,
lontana è la gravità
e l’affondo,
perduta eco,
profondo letto
dove il verbo riposa
ancora germoglio.

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