Fai finta che io non sia tua,
che io non sia di qualcuno,
che io non sia mia.
La presa della tua mano sia
sgravitazionale,
il tuo corpo una dittatura.
Avvicinati fino all’oblio.
Imponimi gli occhi chiusi
la pelle
e l’assenza di memoria
tra un poro e l’altro.
Fammi zero come il mondo tutto
zero lì dove il mondo conclude
se stesso
stringendo le braccia.
Rendi umide le superfici,
rendile alla luce filtrata
della tapparella.
Ridisegna con il tuo peso
il mio profilo
tra il giorno e l’ombra.
Ruba il fiore alla terra
senza strapparlo
con una carezza.
Carezza mettendo da parte la quiete
per un’altra volta.
Con la tua mano
costruisci il bosco
dove corre la fame.
E immobili
diamoci alla macchia
tendiamo sguainandoci
alla preda,
povera e smarrita, una preghiera
che divoriamo.
Diamoci in pasto al respiro.
E la quiete è per un’altra volta
o è implicita a questo tremare.
Così, d’un sobbalzo
rendiamo l’adesso
come la foglia è tutta racchiusa
senza scampo dal vento.
Circondata circuita
– eppure ogni movimento
sembra fuori controllo –
sprovvista e rapita al riposo.
Ecco la nostra resa
con armi e salive ancora in pugno
e denti scoperti.
Ecco, è l’adesso:
la foglia e il vento.
Il bosco appena messo
dismesso, la fame.
Ogni ora prolifera dalle nostre ciglia.
Non siamo di nessuno
in questa prigione d’apertura.
La porta è aperta,
lo spiffero è aperto,
la luce che filtra e l’ombra
è aperta
la dittatura del tuo corpo –
è ancora piacere.
Facciamo finta di non appartenere.

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