Un eremita passeggiava nel tuo sangue
camminando all’indietro
fino alla tua remota identità.

E non si fermava.

E il sangue tuo sorrideva
più del tuo volto.
Il tuo volto si turbava,
il sangue continuava a sorridere.

E non si fermava.

Un eremita aveva sete
e beveva un sorriso,
era fiero e umile
nella tua intimità.

E non si fermava.

Tracannava silenzi,
ti perdeva,
non ti trovava,
lì dietro la tua immagine
mondana,
il luogo della tua assenza

non si fermava.

Più forte della vita
passeggiava
camminando all’indietro
un eremita,
un’assente identità.

E non si fermava.

Era questo il luogo dell’incontro,
la nascita e la morte,
era assenza.
L’eremita sorrideva,
anche il tuo sangue.
E quel sorriso
era ciò che restava.

E non si fermava.

Era l’identità?
Era quella remota?
Era qualcosa di remoto
il riconoscersi ora?

Quel sorriso era il perdente
più fiero
e la sconfitta
di ogni eremita
di ogni tuo sangue.

E non si fermava.

Passeggiavano ancora abbracciati
i piedi di un nomade
e il fruscio delle tue vene,
quella tua assenza corrente,
solitaria.

E niente si fermava.

Quel sorriso tuo e dell’eremita,
quel sangue
quella sconfitta incessante

non si fermava.

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