Il gesto è interdetto,
non è capace di intendere
e di volere.
Ignora il suo scopo,
conosce solo il corpo
e non lo ripiega in dottrina.
Il gesto schiude il corpo,
apre finestre,
è luce che scuce la stanza.
Ascolta il bellissimo mostro,
ciò che siamo,
sfugge a tutte le forme,
non ha geometria.
O forse la geometria è cangiante
come il gioco di luci e ombre
che ci mette al mondo. 

E poi, un giorno, ci toglie.


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In questa cosa che non si chiama amor
vince chi resta,
ed io resto recuperando le forze
come dopo un massacro.
In questa fuga resto,
in questo inarrestabile giaccio.
L’amore lo lascio agli altri,
io mi contento dello svanire,
mi contento delle rovine.
I cocci dell’ombra
sono figure deformi, mostri
mi tagliano il volto,
e ancora risorgo
sotto un chiodo di luce.

Risale come un reflusso
dal fondo sgretolato
si ricompone come acqua
lacrima o succo gastrico
e si dona, materia informe
del nutrimento di ieri
sentimento passato al macello
e ancora vivo, ancora vivo, ancora
risale quando sono sola
la maceria che chiamiamo stella o luce
la maceria chiamata amore.

Mobili fotografie di una stella fissa: uomini,
ci lasciamo rapire da un tempo microscopico
che nessun orologio trattiene, nessuna figura
interrompe la fuga di un sorriso, di uno sguardo,
e ciò che era intimo si sporge e cade in mezzo a noi –
ecco l’eterno – mentre gli occhi immobili e persi
sembrano ritornare al firmamento, e non sappiamo
se questa carne è davvero caducità,
se è una stella cadente la sede del desiderio,
e noi siamo eterne memorie di cenere,
carni aperte al banchetto degli angeli.

Sappiate tutto voi.
Io mi tengo, mantengo,
io mi sostengo qui,
nel rifugio-trincea di un’ombra,
incastonata nell’infinito
luogo del logos,
che prima di ogni logica è luce,
avvento, corpo.

Resto
nell’ameno scarto
del certo,
al solido riparo
dell’intangibile.

All’ombra:
scuro paradosso di luce,
umile simmetria di cielo
(ma deflagrante, scomposta)
overdose di chiarezza
e debordamento di raggio,
che si scopre buio e si denuda
in pieno giorno.

La voglia di arrivare prima,
l’affare, l’orgoglio –
ma dividiamoci la pena
come il pane

Si spezza ogni intangibile
miseria,
si rompe la voce in eco,
in urlo rarefatto

Spezziamo, dividiamo
ciò che nasce già crepa,
che si predispone crepa,
che è origine d’anfratto

Nutriamoci di circoscritte
mancanze,
di figure sghembe e finite ombre
d’infinita luce

Che il canto si faccia voce
per quella voglia che abbiamo
di invertire soggetto e oggetto
e invocare l’assente
nel presente, proprio dentro.

Il dio che chiamo mi sembra
il rovescio della coscienza
ma è il fondo
e figurando non appare.